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Il bosco collinare

Il bosco collinare è essenzialmente un bosco misto che conserva solo più tracce della sua originaria tipologia, per i secolari interventi dell’uomo. Il più diffuso è il castagneto ceduo; sulle pendici e sulle creste più luminose e ventilate, dominano la roverella (Quercus pubescens) ed il pino silvestre (Pinus sylvestris). In primavera nel sottobosco fioriscono vistosi gerani (Geranium spp), le azzurre corolle dell’erba trinità (Anemone hepatica) e varie specie di orchidee selvatiche come l’ orchidea macchiata (Orchis maculata), la listera maggiore (Listera ovata), la platantera a fiori bianchi (Platanthera bifolia) e la platantera a fiori bianchi (Platanthera clorantha). Negli ambienti più freschi ed umidi si possono incontrare il mirtillo rosso (Vaccinium vitis idaea) ed il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus).

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Belbo Belbo Belbo

Il bosco di querce

Quattro sono le querce della Riserva: la farnia (Quercus robur), il rovere (Quercus petraea), il cerro (Quercus cerris) e la roverella (Quercus pubescens). Frequenti risultano il ciliegio selvatico (Prunus avium), l’acero campestre (Acer campestre), il pioppo tremolo (Populus tremula), il ciavardello (Sorbus torminalis). Lungo i meandri del torrente Belbo dominano il carpino bianco (Carpinus betulus) e l’ontano nero (Alnus glutinosa). Nel piano arbustivo è presente il ginepro (Juniperus communis), il biancospino (Crataegus monogyna), il prugnolo (Prunus spinosa), il pero selvatico (Pirus communis), il nocciolo (Corylus avellana), il ligustro (Ligustrum vulgare), la fusaggine (Euonymus europaeus). In primavera nel sottobosco ci sono spettacolari fioriture di anemone dei boschi (Anemone nemorosa), mughetto (Convallaria majalis) e sigillo di Salomone (Polygonatum multiflorum). Ci si può anche imbattere in due specie molto interessanti come il fior di stecco (Daphne mezereum) e il giaggiolo susinario (Iris graminea).

L'ambiente

Dove le Langhe sfumano verso i primi contrafforti delle montagne il paesaggio diventa selvaggio, boscoso, recupera le sue identità antiche non dimenticate. L’alta Langa, da sempre terra povera, terra di pastori e boscaioli, conserva i suoi caratteri di integrità e di bellezza che ne fanno un piccolo gioiello da scoprire. Chi, arrivando dal Piemonte o dalla Liguria, si affaccia al colle di Montezemolo, incontra una piccola valle dove il Belbo nasce, quasi in sordina, da una polla alla base di una collina. Questo rigagnolo, che ancora non sa di essere torrente, si snoda pigramente tra pascoli e colture, tra filari di salici e ontani e si immerge in boschi, che le sue anse e le sue piene, rendono paludosi e selvaggi.

La gente di Langa convive da secoli con il Belbo, ne sfrutta le acque per irrigare i campi, ne utilizza la forza per muovere i mulini che macinano il grano e il granturco nato sulle sue sponde; ma, al tempo stesso, ne teme le furie improvvise e le piene devastanti. Da sempre l’alta valle del Belbo è stata lasciata intatta, le case arroccate sulle colline, a guardare da lontano lo scorrere lento del torrente. Le colture sono quelle antiche: il grano, il granturco per fare pane e polenta, l’erba medica, per ingrassare i vitelli. In autunno è il bosco che offre i suoi frutti: castagne, funghi e qualche raro tartufo. Qui la vite non trova posto, il freddo delle montagne vicine si fa sentire e non permette al Dolcetto di maturare per fare quel vino robusto e corposo che sulle colline più calde, più a valle, esprime tutto se stesso. Ci sono solo più i vecchi che lavorano la terra, e, purtroppo, ne coltivano sempre meno, perché mancano il tempo e le forze; i giovani hanno preferito il miraggio della fabbrica o dell’impiego, la sicurezza all’ansia del vedere il raccolto distrutto da una di quelle grandinate improvvise che mandano in fumo il lavoro di un anno.

La flora

Nella Riserva sono presenti 22 specie di orchidee. Nelle radure erbose e negli incolti aridi è possibile individuare l’ofride dei fuchi (Ophrys fuciflora), un’orchidea specializzata nel selezionare gli insetti atti all’impollinazione. Nei medesimi ambienti vivono la ballerina (Aceras anthropophorum) dai fiori che ricordano la figura umana, l’orchidea bruciacchiata (Orchis ustulata), l’orchidea screziata (Orchis tridentata) e l’orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis) che può essere impollinata solo dalle farfalle. Nelle colture, negli incolti e nei boschi aperti si può osservare l’orchidea maggiore (Orchis purpurea). I boschi di latifoglie ospitano: la listera maggiore (Listera ovata) e l’orchidea a nido di uccello (Neottia nidus-avis). La prima ha la particolarità di far fuoriuscire a getto una gocciolina vischiosa che ”incolla” il polline agli insetti che la visitano; la seconda è una pianta senza clorofilla. Due specie si possono considerare entità “relitte” della flora montana; qui hanno trovato rifugio durante le glaciazioni del Quaternario. Sono l’orchidea sambucina (Dactylorhiza sambucina), le cui radici profumano di sambuco, e l’orchidea palmata (Orchis incarnata) divenuta rara e limitata solamente ai luoghi acquitrinosi. In queste zone umide è presente anche la rarissima orchidea a foglie larghe (Dactylorhiza majalis), il cui nome scientifico ha derivazione latina e significa “del mese di maggio” e la rara elleborina palustre (Epipactis palustris).

Le specie montane

Nella boscaglia di noccioli (Corylus avellana) è presente una rigogliosa vegetazione tra cui spiccano specie tipiche di ambienti montani come l’erba paris (Paris quadrifolia) ed il giglio martagone (Lilium martagon), che trovano in questo ambiente fresco ed ombroso le condizioni per sopravvivere al di fuori del loro habitat. Ad esse si accompagnano specie forestali indicatrici di suoli profondi e ricchi di humus come la scilla della Riviera (Scilla italica), piuttosto rara per il Piemonte, il gigaro (Arum italicum), l’anemone ranuncoloide (Anemone ranunculoides) ed i più comuni elleboro verde (Helleborus viridis), spiree (Filipendula ulmaria) e salvie selvatiche (Salvia sylvestris).

La fauna

Il graduale abbandono delle colture, l’avanzare del bosco e dell’incolto, lentamente ma progressivamente, stanno cambiando il volto del paesaggio, e cambiano le specie animali che un tempo abitavano queste valli. Questa era zona di lepri, starne e pernici rosse, animali abituati a convivere con le stoppie di grano, l’erba medica, a sfruttare i semi caduti durante la mietitura, gli angoli di granturco dimenticati. Erano animali che nei secoli avevano seguito l’uomo, fin dall’oriente per utilizzarne le coltivazioni per la ricerca del cibo. Oggi il bosco ha preso il posto dei coltivi, i cespugli invadono quelli che erano pascoli, e nuove specie trovano ambienti a loro adatti, il cinghiale, il capriolo stanno nuovamente colonizzando questi ambienti. Convivere con i cinghiali non è facile, specie quando, in una notte, distruggono un campo di grano che si sperava di mietere, o quando riducono un campo di granturco, che è cresciuto a fatica, ad un ammasso di piante calpestate e di pannocchie divorate. Il capriolo, da poco arrivato in queste colline, ha trovato ambienti ideali alle sue esigenze, pascoli ricchi e tranquillità; sta aumentando progressivamente, in modo discreto e sfuggente. E’ una specie nuova capace di convivere con le colture dell’uomo, un po’ come la lepre o la Starna che si accontentano di quello che l’uomo ha lasciato sui campi. In estate, nelle notti di luna, le quaglie cantano nella piana del Belbo, sono arrivate dall’Africa per riprodursi in queste praterie fresche, dove il succiacapre al tramonto parte in caccia di farfalle notturne, dove i tassi e le volpi, lasciate le tane sulle colline, scendono in Belbo a cercare il cibo. Vedere questi animali non è facile, bisogna conoscerne i ritmi e le abitudini, seguirne le tracce, ascoltarne i richiami, sedersi in cima ad un bricco e aspettare, quando il sole scende dietro le colline e la brezza proveniente dal mare si fa più forte, qualcosa può accadere.

Prati e boscaglie

Nelle depressioni del fondovalle pervase costantemente dall’acqua vivono scirpi (Scirpus sylvaticus), carici (Carex spp) e giunchi (Juncus spp) nonché iris e orchidee palustri. Nei versanti prativi si incontrano erbe e fiori tipici dei prati da sfalcio che, nelle zone più asciutte, diventano praterie secche dominate da specie quali bromi (Bromus spp.) e festuche (Festuca spp.). L’ombrosa boscaglia ripariale del torrente Belbo è costituita da pioppi tremoli (Populus tremula), carpini bianchi (Carpinus betulus), ontani neri (Alnus glutinosa) e in primavera ospita le belle fioriture di latte di gallina (Ornithogalum pyramidale).

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